Il caleidoscopico universo sonico di Mick Harvey

di Francesco Urbano

Verve interpretativa, lirismo espressivo, vocalità avvolgente, arrangiamenti ricercati, tensione musicale, coerenza stilistica, humour. Sono questi gli elementi che hanno caratterizzato l’esibizione di Mick Harvey, ospite della rassegna obSESSIONS, organizzata da Wakeupandream e Galleria Toledo Musica. Sin dal brano che apre il concerto, First St. Blues (omaggio a quella leggenda della musica popolare americana che è Lee Hazlewood, il quale la incise per l’album The N.S.V.I.P.’s del ‘65), introdotto dal suono d’organo della tastiera “Korg” agita da James Johnston e da una chitarra acustica leggerissima che colpisce immediatamente al cuore con la sua atmosfera soffusa in cui s’innesta la voce sofferta di Mick Harvey che accompagna il crescendo emotivo dettato dal contrabbasso di Rosie Westbrook e dalla batteria di Thomas Wydler. Basta il fluire di queste note per introdurci dalla porta principale nell’universo sonico del poliedrico artista australiano. Questa canzone notturna e un po’ amara è assolutamente splendida, un vero capolavoro. Ma il live ci ha riservato una sequenza di altre preziose gemme musicali, incastonate nell’arco di un concerto raccontato attraverso brani tratti per la maggior parte dai due dischi post-Serge Gainsbourg di Harvey, ovvero  One Man’s Treasure e Two of diamonds. La track-list è un caleidoscopico mosaico di canzoni i cui colori, ad esempio, vanno dal tenue pastello della versione di Come Into My Sleep, dell’amico/alter-ego Nick Cave, al variegato gioco di sfumature di brani (e nomi) appartenenti al personale background musicale. Troviamo, ad esempio, Louise di JJ Walzer o il passaggio mozzafiato di The River di Tim Buckley, vissuta attraversando sensazioni che alternano mestizia e introspezione. Ad essi s’aggiungono episodi come I don’t want you on my mind di Bill Withers, Slow-motion-movie-star di PJ Harvey, Photograph dei Saints, band guidata dal chitarrista Ed Kuepper e dal cantante Chris Bailey, una delle istituzioni dell’underground australiano, Sad dark eyes Die Haut, e poi la splendida Planetarium, tanto melodica quanto epica ed evocativa. Hank Williams said it best è il cuore del country e per quanto questa canzone sia già celeberrima, Harvey riesce a metterci molto di suo. E poi Everything is fixed di David McComb, la compianta, meravigliosa voce dei Triffids, Bethelridge, che potrebbe essere uscita ugualmente da Dirty Sings di Anita Lane o da Music For The Masses dei Depeche Mode e Little Star, dove si possono addirittura trovare tracce del “leggendario puntino rosa” di Edward Ka-Spel. Insomma, una performance migliore, probabilmente, Mick Harvey & Co. proprio non potevano offrirla.

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