Il mio “kaotiko” manifesto teatrale

di Francesco Urbano

Ripartire dall’emozione, dallo stupore, dal piacere del teatro – che comporta il senso dell’esserci – come atteggiamenti primari, coniugando la densità dell’esperienza sociale, civile, umana con la ricerca di nuove forme e relazioni artistiche, comunicative, espressive. Puntare a un dinamismo che porti in sé il rischio di uno spiazzamento; magari raccontando(ci) la speranza di eterna vitalità dell’uomo ma anche, purtroppo, la tristezza di un’omologazione mortale verso forme di conformismo. Si potrebbero replicare le parole con le quali Antonin Artaud ne Il teatro e il suo doppio intendeva dare impulso e sollecitare un ruolo diverso per il teatro e per lo spettatore, giocando la vita nello spettacolo che si svolge sulla scena: «L’illusione non si fonderà più sulla verosimiglianza o l’inverosimiglianza dell’azione, ma sulla forza comunicativa e la realtà di tale azione». Quindi aggiungervi le considerazioni di Roland Barthes: «Ogni opera drammatica può e deve ricondursi a ciò che Brecht chiama il gestus sociale, l’espressione esteriore, materiale, dei conflitti di una data società di cui l’opera è testimone. Spetta ovviamente al regista scoprire e manifestare questo gestus, questo schema storico particolare che è alla base di ogni spettacolo». Poi, con immancabile e quasi inevitabile retorica, abbozzare una definizione di Teatro come Arte dell’uomo il cui strumento è l’uomo stesso: teatro che vive del suo perpetuo trasformarsi e morire per poi rivivere, mai eguale ma sempre diverso, inafferrabile come Proteo, vario della varietà infinita di Cleopatra. Infine assemblare queste considerazioni e, magari, accorgersi che il risultato potrebbe condurre proprio alla pagina che state leggendo adesso.

 

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